Le notizie di Survival International

Kenya: uomo indigeno ucciso nel nome della conservazione

Fri, 19 Jan 2018 09:38:39 -0800 
#^Kenya: uomo indigeno ucciso nel nome della conservazione

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Gli indigeni Sengwer sono sfrattati dalla loro terra con la violenza.

© Yator Kiptum

Il 16 gennaio un uomo sengwer è stato ucciso dai guardaparco che lavorano per il Kenya Forest Service (KFS). Un altro uomo è stato ferito.

Questo brutale attacco segue diverse operazioni recenti, volte a sfrattare il popolo Sengwer dalla sua terra.

Decine di funzionari della sicurezza armati hanno dato fuoco alle loro case, alle scorte di cibo, ai loro beni e hanno ucciso le loro mandrie, per costringerli a lasciare la foresta di Embobut dove hanno vissuto per generazioni.

Gli attacchi sono iniziati alla fine di dicembre.

Milka Chepkorir, una donna Sengwer, dichiara che la distruzione delle loro case durante gli assalti ha provocato: “una perdita di legami famigliari, poiché i membri delle famiglie sono separati e spaventati, e ai terribili sfratti sono associati anche abusi sessuali, violenze e torture psicologiche.”

Nonostante le minacce e la violenza, molti Sengwer hanno giurato che resisteranno. “Non andiamo da nessuna parte, anche se il governo decide di ucciderci qui” ha raccontato una donna sengwer.

L’Unione Europea sta finanziando un progetto di conservazione nella regione, che ha lo scopo di proteggere le fonti idriche nelle colline. Ha condannato l’uccisione e ha annunciato che sospenderà il suo sostegno al progetto.

I Sengwer fanno appello al governo perché rispetti il loro diritto a vivere nella loro terra ancestrale e perché li consulti con urgenza circa il modo migliore di lavorare insieme per conservare le loro foreste.

Lo sfratto dei Sengwer è iniziato sotto la dominazione coloniale britannica.

Nel 2014 la KFS e la polizia hanno sfrattato migliaia di Sengwer dalle loro foreste ancestrali costringendo molti a vivere in grotte o strutture di fortuna.

In seguito ad altre aggressioni, nel 2016 David Yator Kiptum, il Direttore Esecutivo del Sengwer Indigenous Peoples Programme, ha dichiarato: “Sfrattare membri della comunità Sengwer dalla loro terra ancestrale non è una soluzione per la conservazione. Né è una soluzione per il cambiamento climatico.”

I Sengwer contano circa 33.000 persone, di cui circa 13.500 vivono nella foresta di Embobut. Qui cacciano, raccolgono miele, coltivano orti e allevano pochi capi di bestiame. Come molti popoli indigeni hanno una profonda conoscenza dell’ecologia delle loro foreste, che hanno conservato per generazioni.

Gli sfratti sono una violazione della legge internazionale e stanno distruggendo il popolo che sa meglio come conservare la foresta.

Tre esperti indipendenti delle Nazioni Unite hanno sollevato le loro preoccupazioni a proposito degli attacchi e degli sfratti.
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Perù: appello al Papa per condannare la strada che minaccia le tribù incontattate

Wed, 17 Jan 2018 06:12:16 -0800 
#^Perù: appello al Papa per condannare la strada che minaccia le tribù incontattate

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Raya, un anziano Nahua, 2011. Più della metà del suo popolo è stata sterminata. Se i piani di costruzione della strada proseguiranno, molti popoli incontattati potrebbero scomparire.
© Johan Wildhagen/Survival

In occasione della visita di Papa Francesco in Perù, Survival International lancia un appello al pontefice perché condanni i tentativi di aprire una pericolosa strada nella foresta amazzonica, che minaccia di distruggere alcuni dei popoli indigeni più vulnerabili del pianeta.

Il Congresso ha recentemente approvato un disegno di legge per costruire delle strade in aree remote dell’Amazzonia peruviana. Se otterrà l’approvazione presidenziale, sarà autorizzata anche la costruzione della cosiddetta “strada della morte”, tra le regioni di Ucayali e Madre de Dios, nella Frontiera Incontattata.

Questa regione, a cavallo tra Brasile e Perù, ospita il maggior numero di popoli incontattati del pianeta. La strada aprirebbe la foresta alle invasioni esterne e alle attività estrattive altamente distruttive, come il taglio del legno e l’estrazione mineraria illegali.

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'La strada della morte' attraverserebbe la parte sudorientale della Frontiera Incontattata, una regione dalla incalcolabile biodiversità, che ospita numerose tribù incontattate.

© Survival International

Il disegno di legge 1123-2016-CR, che “riconosce come priorità nazionale la costruzione di strade nelle aree di frontiera”, è stato approvato dal Congresso alla fine del 2017, tra irregolarità inquietanti.

Il Ministero della Cultura, il Ministero dell’Ambiente, le organizzazioni indigene peruviane AIDESEP e FENAMAD e le comunità indigene hanno espresso il proprio dissenso rispetto alla legge. Sostengono che violi i diritti dei popoli incontattati e affermano che è giuridicamente inattuabile perché attraverserebbe territori che sono inaccessibili per garantire la protezione delle tribù incontattate.

Il presidente di FENAMAD, Julio Cusurichi Palacios, è fermo nell’affermare che “l’interesse economico non può essere superiore a quello per la vita umana”.

Anche la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni ha espresso la propria opposizione al progetto: "Questa legge potrebbe avere conseguenze irreversibili per la sopravvivenza di questi gruppi […] Esperienze passate, in cui la costruzione di strade o attività simili hanno portato a un contatto forzato, hanno causato impatti irreversibili, come lo sterminio fisico e culturale dei popoli indigeni in isolamento”.

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Il disboscamento illegale è già un problema diffuso nell'Amazzonia peruviana. La costruzione di una strada tra Ucayalí ​​e Madre de Dios aggraverebbe la deforestazione a livelli catastrofici.

© Survival

Il 19 gennaio è previsto un incontro organizzato dal Papa con le comunità indigene a Madre de Dios per discutere della cura dell’ambiente e dell’umanità.

In questo contesto, Survival chiede al Papa di prendere posizione contro la ‘strada della morte’ per l’impatto devastante che avrebbe sugli ecosistemi amazzonici e sulle tribù incontattate come i Mashco-Piro, che dipendono dalla foresta per la loro sopravvivenza e che non hanno difese imminitarie verso le malattie importate dagli invasori.

“Chiediamo al Papa di condannare questo disegno di legge aberrante che mette a rischio la sopravvivenza di alcuni dei popoli più vulnerabili del pianeta” ha dichiarato Stephen Corry, Direttore generale di Survival. "È necessario che il Perù rispetti le proprie leggi e il diritto internazionale, e che garantisca la protezione dei territori delle tribù incontattate. Gli indigeni incontattati sono i migliori custodi dei loro ambienti e le prove dimostrano che i loro territori costituiscono la migliore barriera alla deforestazione. Se la “strada della morte” sarà costruita, sarà un attacco genocida contro queste tribù e i loro ecosistemi."

Background:

- Papa Francesco visiterà il Perù tra il 18 e il 21 gennaio.
- Al momento, il fautore di questo disegno di legge, che se approvato darebbe il via libera alla costruzione della “strada della morte”, è il parlamentare del Partido Popular Glider Ushñahua.
- Nella sua enciclica sul cambiamento climatico, Papa Francesco esalta la profonda connessione che i popoli indigeni hanno con le loro terre e il loro ruolo nella conservazione della natura.
- Sul lato peruviano della Frontiera Incontattata ci sono riserve, territori indigeni e parchi nazionali volti a proteggere i popoli incontattati. Ma non è abbastanza: il governo peruviano deve includere tutte queste zone in un’unica area protetta e inaccessibile.
- I popoli indigeni incontattati sono i più vulnerabili del pianeta. Se le loro terre non saranno protette rischiano la catastofe.
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I giganti della conservazione coinvolti in una emergenza sanitaria tra i “Pigmei”

Tue, 16 Jan 2018 02:13:33 -0800 
#^I giganti della conservazione coinvolti in una emergenza sanitaria tra i “Pigmei”

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Una recente epidemia diffusasi nella Repubblica del Congo sarebbe stata aggravata dalla perdita di risorse dei popoli indigeni, dovuta ai progetti di conservazione e all'industria del legname.

© C. Fornellino Romero/Survival

Un’organizzazione congolese ha recentemente espresso la propria preoccupazione circa il ruolo che la conservazione avrebbe giocato nel contribuire alla morte di diverse decine di bambini, la maggior parte dei quali “Pigmei” Bayaka, durante un’epidemia diffusasi nel 2016 nella Repubblica del Congo – l’ultima di una lunga serie.

I decessi sono stati attribuiti dagli esperti sanitari a malaria, polmonite e dissenteria aggravate da un acuto livello di malnutrizione.

Il collegamento tra conservazione e malnutrizione, che colpisce i bambini bayaka di questa regione, viene denunciata almeno dal 2005, e dipende dal fatto che, mediante violenza e intimidazioni, i guardaparco impediscono ai Bayaka di cacciare e raccogliere all’interno delle loro terre.

Queste guardie sono finanziate ed equipaggiate dalla Wildlife Conservation Society (WCS), una delle più grandi organizzazioni della conservazione del mondo, e dalla compagnia di taglio del legname CIB, con cui la WCS ha stretto una partnership. Nessuna delle due ha preso misure efficaci per prevenire gli abusi.

“I guardaparco abusano di noi. Non vogliono che andiamo nella foresta. Come possiamo nutrire i nostri figli?” dichiarò nel 2016 a Survival un uomo bayaka di Mbandza, il luogo dell’epidemia.

Questi guardaparco sono accusati di abusare dei Bayaka e di rubare loro il cibo da oltre 13 anni. Uno dei loro attacchi violenti ha avuto luogo a Mbandza agli inizi del 2016, causando il ricovero in ospedale di un uomo.

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Il consenso dei Baka e dei Bayaka secondo la legge è obbligatorio per qualsiasi progetto sviluppato nelle loro terre, ma questo principio viene ignorato sia dal WWF sia dalla WCS.

© Survival International

I Bayaka sono sfrattati illegalmente dalle loro terre ancestrali con la minaccia della violenza. Come ha spiegato una donna bayaka: “Se andiamo nella foresta, mangiamo meglio rispetto che al villaggio. Mangiamo patate dolci selvatiche e miele. Vogliamo andare nella foresta, ma ce lo proibiscono. Siamo spaventati. Siamo spaventati."

I critici hanno notato che i guardaparco hanno fallito anche nel proteggere la fauna selvatica da cui i Bayaka dipendono per nutrirsi, poiché hanno difficoltà nel contrastare la corruzione e l’apertura di sentirei per i taglialegna, ovvero i principali fattori che sostengono il bracconaggio.

Sin dal 2006 viene denunciato anche un peggioramento della salute dei Bayaka che vivono nell’Area Protetta di Dzanga-Sangha, nella Repubblica Centroafricana, uno dei progetti di punta del WWF. Secondo una ricerca pubblicata nel 2016, le condizioni riscontrate tra le donne più anziane “sarebbero considerate come un’emergenza sanitaria da parte delle agenzie sanitarie internazionali”.

Tassi crescenti di malnutrizione e di mortalità sono stati denunciati anche tra i “Pigmei” Baka in Camerun, un’altra area dove il WWF opera, e tra i Pigmei Batwa, dove si trova un progetto della WCS nella Repubblica Democratica del Congo orientale.

“Oggi abbiamo paura delle squadre anti-bracconaggio. Prima, quando una donna doveva partorire, la portavamo nella foresta per aiutarla a riprendere peso e forza, ma ora non possiamo più farlo. Porteremmo i nostri figli nella foresta per evitare le epidemie. Ora conosciamo malattie che prima non sapevamo nemmeno esistessero” ha raccontato una donna baka del Camerun a Survival.

Guarda il video in cui i Baka descrivono gli abusi che subiscono a causa dei progetti di conservazione del WWF.

Né la WCS né il WWF hanno tentato di ottenere il consenso dei popoli indigeni, come richiesto dal principio basilare di “due diligence” e dalle loro stesse politiche per i diritti umani.

“Come dimostra questo rapporto, il furto di terra è un crimine grave e fatale” ha commentato oggi Stephen Corry, Direttore di generale Survival International. “Molti associano la conservazione con la ragione e la compassione, ma per i Baka e i Bayaka, spesso coincide invece con violenze scellerate e con un grave peggioramento del loro stato di salute. Quand’è che la WCS e il WWF inizieranno finalmente a rispettare le loro politiche sui diritti umani?”

Cronologia

1996: L’organizzazione Berggorilla & Regenwald Direkthilfe scopre che la malnutrizione e la mortalità sono aumentate tra i “Pigmei” Batwa da quando sono stati sfrattati da Kahuzi-Biega, un parco nazionale nella Repubblica Democratica del Congo finanziato dalla WCS.

1997: Il WWF osserva che il fatto che ai Bayaka sia proibito cacciare o raccogliere prodotti dentro al Parco di Dzanga-Ndoki, il parco nella Repubblica Centroafricana che il WWF ha contribuito a creare, ”[li] fa soffrire gravemente” e sta minando la loro sicurezza alimentare.

2000: Uno studio scopre che i Batwa di Kahuzi-Biega soffrono per carenze nutrizionali, perché non possono più cacciare nella foresta, e di tassi di mortalità elevati. La malnutrizione è particolarmente diffusa tra donne e bambini.

2004: Un’inchiesta della BBC rispetto alle concessioni per il taglio del legname della CIB in Congo riporta quanto raccontato da un uomo: “Soffriamo così tanto a causa dei guardaparco. Non possiamo andare e cercare le cose nella foresta come eravamo abituati a fare. Tutto ciò che sentiamo è la fame”.

2004: I Bayaka di un’altra comunità in Congo riferiscono a Greenpeace: “Poi abbiamo incontrato un altro uomo bianco (WCS) che era venuto a dirci di smettere di cacciare e che i guardaparco si sarebbero assicurati che lo facessimo. Ora abbiamo paura di entrare nel profondo della foresta, nel caso i guardaparco ci trovino, quindi dobbiamo restare nel villaggio. […] Stiamo morendo di fame”.

2005: L’Osservatorio Congolese per i Diritti Umani, l’organizzazione che ha denunciato l’epidemia del 2016, documenta tre casi di abusi violenti ai danni dei Bayaka da parte dei guardaparco, e avverte che alcuni Bayaka “stanno morendo di fame”.

2005: Un’indagine giornalistica racconta di come i Bayaka che vivono in una delle concessioni per il taglio del legname della CIB descrivono di essere presi di mira dai guardaparco che li maltrattano e arrestano temporaneamente, e come questo abbia causato una malnutrizione ancor più diffusa tra i bambini e gli adulti vulnerabili.

2006: Il WWF e i suoi partner commissionano un rapporto che rivela che i Bayaka di Dzanga-Sangha, nella Repubblica Centroafricana, stentano a procurarsi da mangiare. I Bayaka intervistati per l’indagine affermano che il progetto di conservazione li ha obbligati ad abbandonare alcune delle loro aree di caccia e di raccolta più floride. Denunciano che i guardaparco li molestano e attaccano anche quando provano ad utilizzare le poche aree di terra che gli rimangono, e tutto ciò mentre accettano mazzette dai veri bracconieri che stanno svuotando la foresta della sua fauna selvatica. Il ricercatore ha scoperto che alcune donne bayaka hanno così tante difficoltà a trovare da mangiare che sono state costrette a prostituirsi nella città vicina.

2006: Un articolo nel The Lancet avverte che “i rischi per la salute dei Pigmei stanno cambiando poiché le foreste dell’Africa centrale, che sono alla base della loro struttura sociale tradizionale, della loro cultura e della loro economia di cacciatori-raccoglitori, vengono distrutte o espropriate da […] i progetti di conservazione”.

2008: L’UNICEF avverte che il diritto dei Bayaka a raccogliere risorse viene “violato al livello più essenziale perché gli indigeni in Congo non hanno più accesso alle aree ricche di selvaggina” per via delle aree protette.

2012: Un antropologo con 18 anni di esperienza a fianco dei Bayaka in Congo parla di un’alimentazione sempre più povera e di una mortalità crescente”. Attribuisce tutto ciò alla rimozione delle risorse della foresta da parte di taglialegna e “alle pratiche di esclusione e gestione draconiana dei conservazionisti”.

2013: Un ricercatore dell’Università di Oxford riferisce che l’impatto combinato della conservazione e del taglio del legno ha causato un peggioramento nella salute dei Bayaka e livelli più alti di dipendenza dalle droghe e dall’alcool. Egli sostiene che, ottenendo il consenso delle persone, ne beneficerebbero anche gli sforzi di conservazione.

2014: Uno studio medico scopre che le “misure anti-bracconaggio punitive” e la scomparsa di selvaggina hanno causato un peggioramento della salute tra i Bayaka a Dzanga-Sangha della Repubblica Centroafricana, particolarmente tra le donne. “È straziante vedere un deterioramento della salute così strettamente legato […] alle politiche di conservazione degli ultimi venticinque anni” nota l’autore dello studio.

2015: Un dottore con vasta esperienza di lavoro nelle concessioni di legname della CIB denuncia che: “Oltre ferite inflitte da gorilla, bufali o da altri animali selvatici, io e il mio collega vediamo anche ferite [d’arma da fuoco] su persone che sostengono di essere state attaccate – a volte senza preavviso – dai protettori della fauna selvatica: i guardaparco”.

2015: Lo stesso dottore racconta a Survival: “Trovo che tutto ciò [la violenza dei guardaparco] sia un problema molto serio e secondo me, oltre a proteggere gli animali, la maggior parte dei guardaparco ha altre motivazioni per fare questo lavoro”.

2016: Un secondo dottore con molta esperienza nelle concessioni della CIB descrive a Survival la malnutrizione stagionale che riscontra nei Bayaka, che attribuisce alle politiche di conservazione repressive.

“Pigmei” è un termine collettivo usato per indicare diversi popoli cacciatori-raccoglitori del bacino del Congo e di altre regioni dell’Africa centrale. Il termine è considerato dispregiativo e quindi evitato da alcuni indigeni, ma allo stesso tempo viene utilizzato da altri come il nome più facile e conveniente per riferirsi a se stessi. Altre informazioni sull’argomento a questo indirizzo:www.survival.it/chisiamo/terminologia
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Le notizie di Survival International

Brasile: i Guarani e un decennio di promesse mancate

Thu, 04 Jan 2018 04:44:00 -0800 
#^Brasile: i Guarani e un decennio di promesse mancate

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I Guarani continuano a lottare per i loro diritti alla terra nonostante i continui attacchi che subiscono.

© Fiona Watson/Survival

Dieci anni fa il governo brasiliano ha firmato un accordo storico con la tribù dei Guarani che lo obbligava a identificare tutte le loro terre ancestrali.

L’obiettivo centrale dell’accordo, redatto dall’ufficio del pubblico ministero, era accelerare il riconoscimento dei diritti territoriali dei Guarani nello stato meridionale del Mato Grosso do Sul.

Tuttavia, a distanza di dieci anni, la maggior parte delle demarcazioni non è stata effettuata e il mancato riconoscimento dei diritti territoriali dei Guarani da parte delle autorità continua ad avere un terribile impatto sulla salute e il benessere della tribù.

Senza un speranza immediata di riottenere la loro terra e ricostruire i loro mezzi di sostentamento, migliaia di Guarani sono intrappolati in riserve sovraffollate, dove i pubblici ministeri dicono vi sia così poca terra da rendere “una vita sociale ed culturale impossibile”.

Altre comunità guarani vivono a lato di superstrade trafficate o su piccoli lembi delle loro terra ancestrale, circondati da vaste piantagioni di canna da zucchero e soia. Non possono coltivare, pescare o cacciare e non hanno accesso ad acqua pulita.

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na coppia Guarani-Kaiowa seduta fuori dal proprio insediamento di fortuna nella comunità di Apy Ka’y, vicino a Dourados, nel Mato Grosso do Sul, in Brasile.

© Paul Patrick Borhaug/Survival

Gli operatori sanitari riferiscono che queste comunità stanno soffrendo di gravi effetti collaterali causati dai pesticidi utilizzati dall’industria agroalimentare. Alcune comunità dichiarano che le loro fonti idriche e le loro case sono deliberatamente cosparse di pesticidi dagli allevatori.

Uno studio recente ha stimato che il 3% della popolazione indigena dello stato potrebbe essere avvelenata dai pesticidi, alcuni dei quali sono vietati all’interno dell’Unione Europea.

La malnutrizione, particolarmente tra i bambini e i giovani, è comune. Secondo Gilmar Guarani: “I bambini piangono e non possono più sopportare questa situazione. Stanno veramente soffrendo e sono molto deboli. Praticamente stanno mangiando terra. È una situazione disperata.”

Il Mato Grosso do Sul è il secondo stato del paese per popolazione indigena, con 70.000 Indiani che appartengono a sette tribù.

Molta della loro terra ancestrale è stata rubata da allevatori di bestiame e dall’industria agroalimentare, e ad oggi gli indigeni occupano solo lo 0,2% dello stato.

John Nara Gomes ha dichiarato: “Oggi la vita di una vacca vale di più di quella di un bambino indigeno… Le vacche sono ben nutrite e i bambini muoiono di fame. Prima eravamo liberi di cacciare, pescare e raccogliere frutti. Oggi i sicari ci sparano”.

La disperazione tra i Guarani causata dalla perdita delle loro terre e della loro autosufficienza si riflette nei tassi di suicidi estremamente alti. Nel periodo tra il 2000 e il 2015 vi sono stati 752 suicidi. Statistiche raccolte dal 1996 rivelano un tasso che è 21 volte superiore rispetto a quello nazionale. Questo dato è probabilmente è sottostimato, dal momento che molti suicidi non vengono denunciati.

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Damiana Cavanha, leader della comunità di Apy Ka’i, ha assistito alla morte di tre dei suoi figli e di suo marito. È determinata a perseguire la rioccupazione della loro terra ancestrale dove sono sepolti.

© Paul Patrick Borhaug/Survival

I Guarani devono affrontare anche alti livelli di violenza e sono presi di mira dai sicari armati al soldo degli allevatori ogni volta che cercano di riottenere parte della loro terra ancestrale. Dati recenti mostrano che il 60% di tutti gli assassinii di indigeni in Brasile sono avvenuti nello stato del Mato Grosso do Sul.

Con un congresso e un governo dominati dal potente settore agroalimentare, i proprietari terrieri nel Mato Grosso do Sul non cederanno di un millimetro. Molti si sono rivolti ai tribunali come tattica dilatoria, per mettere alla prova la demarcazione delle terre dei Guarani. Un territorio guarani particolarmente importante è stato interessato da 57 ricorsi legali.

Nonostante questo scenario cupo, molti Guarani giurano che continueranno a combattere: “Il Brasile è sempre stato la nostra terra. La speranza che ci anima è che la nostra terra sarà riconosciuta, perché senza non potremo avere cura della natura e nutrire noi stessi. Ci batteremo e siamo pronti a morire” ha affermato Geniana Barbosa, una giovane donna guarani.
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India: autorità per la tigre denunciata dagli esperti governativi per violazione dei diritti indigeni

Thu, 04 Jan 2018 04:23:00 -0800 
#^India: autorità per la tigre denunciata dagli esperti governativi per violazione dei diritti indigeni

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Questa donna Baiga è stata sfrattata dalla riserva delle tigri Kanha.

© Survival

L’Autorità nazionale indiana per la conservazione della tigre (NTCA) è sotto crescente pressione a causa dell’ordinanza illegale da lei emessa, che vieta il riconoscimento dei diritti forestali dei popoli tribali nelle riserve delle tigri. L’ordinanza ha indotto Survival International a lanciare il boicottaggio mondiale del turismo il novembre scorso.

Alcune informazioni giunte a Survival hanno rivelato che la commissione nazionale per i popoli tribali (il cui nome ufficiale è Commissione Nazionale per le Tribù Riconosciute – NCST) ha contestato direttamente il provvedimento preso dalla NTCA durante colloqui privati tenutisi a Delhi. La commissione ha richiesto che la NTCA sospenda qualsiasi piano di sfratto delle comunità tribali, che hanno vissuto e gestito le loro foreste per millenni.

Dopo aver voluto incontrare la NTCA, la commissione per le tribù ha affermato che l’ordinanza viola il Forest Rights Act indiano – il quale garantisce ai popoli tribali i diritti sulle loro foreste. Una legge diretta ad affrontare la “storica ingiustizia” contro le tribù e contro gli altri “abitanti tradizionali delle foreste”.

A novembre, alcuni rappresentanti delle comunità indigene si sono incontrati a Delhi con diversi attivisti per i diritti umani e l’ambiente, tra la crescente preoccupazione sul provvedimento della NTCA.

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Una donna baiga lavora nella miniera di bauxite di Bodai-Daldali, della compagnia Vedanta, per un salario giornaliero, nel Chhattisgarh.

© Sayantan Bera/Survival

“L’ordinanza della NTCA è un attacco alla nostra cultura e alla nostra tradizione” ha affermato J. K. Thimma, un uomo Jenu Keruba che vive nel Parco Nazionale di Nagarhole e che era presente agli incontri. “È incostituzionale e la NTCA non ha il diritto di sospendere l’applicazione di un atto approvato dal parlamento… È una negazione della nostra esistenza. Il provvedimento deve essere revocato al più presto, sta scatenando paura tra tutti noi.”

Un altro uomo indigeno, Shankar Barde della Riserva di Tadoba, ha dichiarato: “Dopo anni di restrizioni e difficoltà, finalmente all’inizio di quest’anno ci era stato detto dall’amministrazione distrettuale che i nostri diritti erano stati riconosciuti. Eravamo entusiasti… ma successivamente l’amministrazione ci ha comunicato che l’ordine della NTCA non permette che i nostri diritti siano riconosciuti. Questa è un’ingiustizia totale. Decine di estranei stanno guadagnando enormi somme di denaro nel nostro territorio mentre noi facciamo fatica persino a vivere con dignità.”

La legge indiana afferma specificamente che la NTCA non ha il potere di “interferire con o influenzare i diritti delle popolazioni locali, particolarmente… delle tribù”. I diritti indigeni rientrano sotto la giurisdizione del Ministero degli Affari Indigeni.

Nonostante questo, le autorità della conservazione hanno violato i diritti dei popoli tribali. In tutta l’India, questi popoli devono sopportare aggressioni, violenze e sfratti illegali dalle loro terre ancestrali nel nome della conservazione.

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Bambini baiga. Il loro villaggio ha ricevuto un avviso di sfratto, nella Riserva delle tigri di Achanakmar.

© Survival

Dopo lo sfratto, i popoli indigeni vanno incontro a vite di povertà ed esclusione ai margini della società indiana. Nel frattempo, moltissimi turisti sono benvenuti nelle riserve delle tigri, distruggendone l’habitat e rendendole più vulnerabili al bracconaggio.

Survival International conduce una campagna mondiale contro le ingiustizie e gli abusi commessi nel nome della protezione della fauna selvatica.

“Questa ordinanza è un attacco ai popoli tribali dell’India” ha commentato oggi Stephen Corry, Direttore generale di Survival International. “Ed e anche illegale. Industrie inquinanti e distruttive, come quella mineraria dell’uranio e il turismo, sono apparentemente benaccette nelle riserve delle tigri, ma i conservazionisti restano determinati a cacciare i popoli tribali dalle loro terre. È tempo che si coalizzino con i migliori conservazionisti e custodi del mondo naturale, e la smettano di perseguitarli. I popoli indigeni conoscono le loro terre e i gli animali che le abitano meglio dei conservazionisti.”
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Gillian Anderson, Dominic West, Julian Lennon e Mark Rylance si uniscono al boicottaggio delle riserve delle tigri in India

Wed, 13 Dec 2017 04:11:00 -0800 
#^Gillian Anderson, Dominic West, Julian Lennon e Mark Rylance si uniscono al boicottaggio delle riserve delle tigri in India

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I guardaparco hanno sparato a quest’uomo jenu keruba. Tribù come quella dei Jenu Keruba rischiano quotidianamente di subire violenze e di essere sfrattati illegalmente dalle loro terre ancestrali.

© Survival

Moltissimi volti famosi si sono uniti all’appello di Survival International per il boicottaggio mondiale delle riserve delle tigri in India, in segno di protesta contro il divieto al riconoscimento dei diritti dei popoli tribali nelle riserve.

Tra questi figurano l’attrice e attivista Gillian Anderson (insignita dell’onorificenza dell’Ordine dell’Impero Britannico), l’attore Dominic West, il premio Oscar Sir Mark Rylance, e il musicista e fotografo Julian Lennon. Ha espresso il suo appoggio per i diritti dei popoli tribali anche il famoso scrittore e ambientalista indiano Amitav Ghosh.

Il Forest Rights Act indiano garantisce ai popoli tribali il diritto a vivere nelle loro terre ancestrali e a proteggerle. Ma l’Autorità nazionale per la conservazione della tigre (NTCA) ha emesso un’ordinanza illegale che vieta il riconoscimento dei diritti forestali nelle riserve delle tigri di tutto il paese.

Survival, dopo aver sottoposto una petizione al governo indiano su questa questione urgente e non aver ricevuto alcuna risposta, fa appello al boicottaggio mondiale delle riserve delle tigri fino a quando l’ordinanza non sarà revocata.

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L’attrice, attivista e ambasciatrice di Survival Gillian Anderson si è unita al boicottaggio delle riserve delle tigri in India.

© Gage Skidmore/ Wikimedia

Molti popoli indigeni rischiano lo sfratto illegale dalle loro terre, nonostante esistano poche prove che i loro stili di vita largamente sostenibili siano collegati al declino del numero delle tigri. Le autorità forestali aggrediscono e costringono le tribù ad “accondiscendere” a lasciare le loro case nella foresta, senza informarle del loro diritto legale a rimanervi.

Dopo lo sfratto, gli indigeni vanno incontro ad una vita di povertà ed esclusione ai margini della società indiana. Nel frattempo, un gran numero di turisti è invitato a visitare le riserve delle tigri, distruggendone l’habitat e rendendo i grandi felini più vulnerabili al bracconaggio.

Un uomo della tribù Jenu Kuruba, che è stato sfrattato dal Parco Nazionale di Nagarhole, ha raccontato a Survival: “Ci hanno sfrattato con il pretesto che facevamo rumore, che disturbavamo la foresta, ma ora ci sono molte jeep e veicoli turistici – non sono questo un disturbo per gli animali?”

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Orde di turisti visitano le riserve delle tigri in India a bordo delle jeep.
© Brian Gratwicke

I popoli indigeni hanno vissuto e gestito i loro ambienti per millenni. Sono i migliori conservazionisti e custodi del mondo naturale, e a guidare il movimento ambientalista dovrebbero essere loro.

In una riserva delle tigri, nell’india meridionale, dove la tribù dei Soliga si è vista riconoscere il diritto a restare, il numero delle tigri è cresciuto ben oltre la media nazionale.

“La gente sta partecipando al nostro boicottaggio dopo aver appreso della miseria umana su cui sono costruite le riserve delle tigri in India” ha commentato Stephen Corry, Direttore generale di Survival International. “La NTCA sta perseguendo un modello superato di “conservazione fortezza”, e sta cacciando i veri proprietari delle foreste che le hanno custodite e mantenute per secoli. Questo non solo sta causando un’indicibile sofferenza, ma non aiuterà nemmeno a salvare le tigri. La NTCA dovrebbe cambiare rapidamente la propria politica, per il bene delle tigri, dei popoli tribali e dell’industria turistica del paese.”
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Le notizie di Survival International

La sofferenza delle tribù Jumma continua 20 anni dopo l’accordo di pace

Mon, 04 Dec 2017 03:07:00 -0800 
#^La sofferenza delle tribù Jumma continua 20 anni dopo l’accordo di pace

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Gli abitanti dei villaggi jumma fuggono da un attacco, nelle Chittagong Hill Tracts, in Bangladesh.

© Anonymous

In occasione del ventesimo anniversario dell’accordo di pace tra gli indigeni Jumma e il governo del Bangladesh, gli attivisti hanno espresso la propria preoccupazione rispetto alla mancata applicazione di questo accordo fondamentale da parte delle amministrazioni successive, e alla mancata protezione degli Jumma.

Le tribù continuano a subire violenza endemica, furto di terra e intimidazioni nella loro terra ancestrale, le Chittagong Hill Tracts (CHT). Le donne e le ragazze jumma subiscono frequentemente stupri e violenze sessuali.

Il governo del Bangladesh ha trasferito coloni bengalesi nelle terre degli indigeni Jumma per più di 60 anni. Gli Jumma sono passati dall’essere praticamente i soli abitanti delle Chittagong Hill Tracts, ad essere oggi in numero inferiore rispetto ai coloni.

A giugno di quest’anno, sono state ridotte in cenere dai coloni almeno 250 case jumma. Una donna anziana, Guna Mala Chakma, rimasta intrappolata nella sua casa è morta tra le fiamme.

Testimoni oculari hanno riferito che l’esercito e gli agenti di polizia erano presenti e non sono intervenuti quando i coloni hanno dato fuoco alle case degli Jumma e ai loro negozi in tre diversi villaggi.

Il 2 dicembre 1997 il governo e gli Jumma firmarono un accordo di pace che impegnava il governo a rimuovere i campi militari dalla regione e a mettere fine al furto di terre indigene da parte dei coloni e dell’esercito.

L’accordo offriva speranza, ma sono trascorsi vent’anni e i campi militari rimangono nelle Hill Tracts, mentre accaparramento di terra e violenze continuano senza sosta.
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Le notizie di Survival International

Survival lancia il boicottaggio mondiale delle riserve delle tigri in India

Mon, 27 Nov 2017 02:00:00 -0800 
#^Survival lancia il boicottaggio mondiale delle riserve delle tigri in India

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Donna baiga sfrattata da Kanha. Dopo lo sfratto, i Baiga non hanno più trovato una terra fertile alternativa, e oggi vivono in condizioni miserabili.

© Survival

Survival International ha lanciato il boicottaggio mondiale del turismo nelle riserve delle tigri dell’India. L’iniziativa continuerà fino a quando i diritti dei popoli tribali che vivono al loro interno non saranno pienamente ripristinati e rispettati.

Le autorità indiane preposte alla conservazione hanno vietato il riconoscimento dei diritti tribali nelle riserve delle tigri, suscitando una vasta condanna.

Decine di migliaia di tribali dell’India sono stati sfrattati illegalmente dai loro villaggi situati all’interno delle riserve delle tigri e sono oggi costretti a vivere in povertà e miseria ai margini della società dominante.

Il Forest Rights Act indiano garantisce ai popoli indigeni il diritto a vivere e proteggere la propria terra ancestrale.

Questi sfratti sono appoggiati da grandi organizzazioni della conservazione, come la Wildlife Conservation Society (WCS). La WCS ha portato avanti la richiesta di “trasferimento” delle tribù delle riserve delle tigri per decenni.

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La caccia praticata dall’élite Raj ha portato le tigri indiane sull’orlo dell’estinzione – ma il prezzo dei progetti di conservazione lo stanno pagando i popoli indigeni.

© Wikimedia

Molti popoli indigeni non sono consapevoli di avere il diritto di restare nella loro terra, perché le autorità forestali non li informano.

Background
- L’Autorità Nazionale per la Conservazione della Tigre (NTCA) ha emesso un’ordinanza che stabilisce che i diritti dei popoli indigeni non dovrebbero essere riconosciuti negli ambienti naturali cruciali per la sopravvivenza delle tigri. La NTCA non ha l’autorità legale per emanare una simile ordinanza, che rappresenta una grave violazione del Forest Rights Act.
- Nella prima riserva delle tigri in cui i popoli indigeni si sono visti riconoscere il diritto a restare, il numero delle tigri è aumentato ben oltre la media nazionale.

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Una donna chenchu del villaggio di Pecheru, sfrattato dalla riserva delle tigri di Nagarjunsagar Srisailam. I Chenchu ci raccontano che delle 750 famiglie che lo abitavano, dopo gli sfratti ne sono sopravvissute solo 160.

© Survival

Madegowda, un attivista per i diritti indigeni della tribù dei Soliga, nell’India meridionale, ha condannato il divieto, definendolo una violazione dei “diritti umani e dei diritti indigeni perpetrata nel nome della conservazione della tigre. Le tribù, le tigri e la fauna selvatica possono vivere insieme, la coesistenza è possibile perché i popoli indigeni hanno una profonda conoscenza della biodiversità e sanno come proteggere la foresta e la fauna”.

Alcuni membri della tribù dei Jenu Kuruba, molti dei quali sono stati sfrattati dal Parco Nazionale di Nagarhole, hanno protestato contro l’ordinanza; se non sarà revocata, minacciano di bloccare la strada che conduce al parco. “Ci hanno sfrattato con il pretesto che facevamo rumore, che disturbavamo la foresta” ha dichiarato un Jenu Kuruba. “Ma ora ci sono molte jeep e veicoli turistici – e questo non è un disturbo per gli animali?”

Secondo il conservazionista Brajesh Dubey, “molte altre persone saranno trasferite perché il governo vuole dimostrare il suo interesse per le tigri… Ma è stato dimostrato che le comunità indigene contribuiscono a prevenire il bracconaggio e sono di aiuto ai progetti di conservazione."

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I Soliga hanno una straordinaria conoscenza del loro ambiente, e una venerazione profonda per le tigri.

© survival

Al contempo, migliaia di turisti ogni anno visitano le riserve delle tigri e all’interno di alcune sono stati approvati progetti industriali, come la costruzione di dighe e l’esplorazione mineraria per l’uranio.

“Un numero sempre maggiore di turisti è oggi consapevole che le riserve delle tigri in India celano un’ingiustizia profonda: lo sfratto illegale delle tribù operato nel nome della conservazione” ha dichiarato Stephen Corry, Direttore generale di Survival. “Vietando il riconoscimento dei diritti indigeni nelle riserve, il governo sta aggravando questa ingiustizia che colpisce coloro che vivono ancora al loro interno. Ecco perché chiediamo il boicottaggio di tutte le riserve delle tigri. Le autorità devono rendersi conto che le tigri possono essere salvate solo ottemperando alla legge e riconoscendo i diritti delle tribù – e che i turisti non vorranno recarsi in riserve che sono state svuotate dei loro legittimi proprietari.”
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Le notizie di Survival International

Etiopia: inchiesta RAI un anno dopo l’inaugurazione di Gibe III

Wed, 22 Nov 2017 08:04:00 -0800 
#^Etiopia: inchiesta RAI un anno dopo l’inaugurazione di Gibe III

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I Kara (o Karo), contano circa 1000-1500 persone e vivono lungo le rive orientali del fiume Omo, nell'Etiopia meridionale.
© Survival

A distanza di quasi un anno dall’inaugurazione di Gibe III – la controversa diga realizzata in Etiopia dall’italiana Salini Impregilo, la giornalista Chiara Avesani è andata sul campo per RAI, per verificare gli effetti che il gigantesco progetto idroelettrico e le piantagioni agroindustriali ad esso associate stanno avendo sull’ambiente e sui popoli indigeni della bassa valle dell’Omo, in Etiopia, e del lago Turkana in Kenia.

Da quando sono iniziate le fasi di riempimento del bacino della diga, agli inizi del 2015, sono state fermate per sempre le esondazioni naturali del fiume Omo, da cui dipendono la straordinaria biodiversità del territorio e la sicurezza alimentare di almeno 100.000 indigeni in Etiopia e di circa 300.000 indigeni attorno al lago Turkana in Kenia. Sono minacciati interi popoli rimasti fino a ieri largamente autosufficienti in uno degli ambienti più fragili del pianeta. Tra questi i Mursi, i Bodi, i Kwegu, i Kara, i Nyangatom e i Dassananch sul fronte etiope, e i Turkana, gli Elmolo, i Gabbra, i Rendille e i Samburu in Kenia. A partire dal 2011 molte comunità hanno perso l’accesso a parte dei loro territori, da cui sono stati sfrattati a forza dal governo senza esser state nemmeno consultate preventivamente, come previsto per legge.

In risposte alle critiche internazionali, il governo etiope e Salini Impregilo si erano impegnati a rimediare all’interruzione delle piene naturali con delle esondazioni artificiali ma, anche secondo le immagini e le testimonianze trasmesse lunedì ieri sera su RAI3 nel corso della trasmissione d’inchiesta “Indovina chi viene dopo cena”, negli ultimi tre anni non ci sono stati rilasci di acqua sufficienti ad alimentare e garantire i mezzi di sostentamento degli indigeni. Molti sono già ridotti alla fame e alla disperazione.

Guarda qui il servizio della trasmissione “Indovina chi viene dopo cena”.

“Prima eravamo autosufficienti, mangiavamo tranquillamente" ha raccontato un uomo kara alla giornalista. "Prima potevamo coltivare il sorgo sulle rive del fiume dopo che l’acqua rientrava dalle esondazioni, avevamo molte cose, bestiame, mucche, capre… Sono tre anni che non ci sono più esondazioni e la vita è molto difficile.”

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Il progetti di sviluppo in corso nella valle dell'Omo stanno riducendo molte comunità indigene a dipendere dalle mance dei turisti e dagli aiuti alimentari del governo per sopravvivere. Prima erano largamente autosufficienti.
© Survival

“Da quando l’acqua è scesa, è impossibile coltivare" ha raccontato invece un uomo dassanach. "Abbiamo provato a parlare con il governo, e ci hanno dato i tubi per irrigare, però non viene la stessa quantità di raccolto di quando coltivavamo sul limo delle esondazioni. Ora la mia vita dipende dai turisti e dagli aiuti alimentari del governo, ma non sono abbastanza.”

Nel gennaio scorso Survival International, il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni, si è ritirata formalmente dall’Istanza depositata nel marzo del 2016 contro Salini Impregilo presso il Punto di Contatto Nazionale italiano dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE). Nel testo Survival accusa l’azienda, tra altre cose, di aver violato le Linee Guida OCSE per aver privato le comunità delle loro ricchezze e risorse naturali senza averle prima consultate e senza avere il loro consenso previo, libero e informato.

A indurre Survival a ritirarsi dal procedimento sono state le condizioni poste dal Punto di Contatto per l’apertura della fase di mediazione – ritenute da Survival incompatibili con la necessità di continuare il proprio lavoro di advocacy in difesa dei popoli indigeni del territorio – e alcuni dei contenuti della Valutazione iniziale dell’Istanza fatta dal Punto di Contatto. Tra questi, come spiega Survival in una lettera ufficiale inviata al PCN, ci sono anche le presunte esondazioni artificiali, “accolte con favore” dal PCN nonostante Survival e autorevoli esperti indipendenti nutrano profonde riserve in generale sulla loro effettiva efficacia e fattibilità.

“Impoverimento, morte e ‘zoo umani’ sono un prezzo troppo alto da pagare al presunto ‘progresso’ e sono inaccettabili” ha dichiarato Francesca Casella, direttrice di Survival per l’Italia commentando il servizio di Indovina chi viene dopo cena. “Non ci potrà mai essere vero sviluppo senza giustizia sociale e ambientale. È ora che governi e aziende si impegnino a rispettare realmente le Linee Guida dell’OCSE, il cui scopo ultimo dovrebbe essere proprio quello di stimolare comportamenti imprenditoriali responsabili. Le violenze e le sofferenze inflitte sistematicamente ai popoli indigeni nel nome di un malinteso bene superiore sono una delle crisi umanitarie più urgenti e raccapriccianti del nostro tempo.”

Note
- Copie integrali della Valutazione iniziale dell’Istanza Survival International vs Salini Impregilo redatta dal Punto di Contatto Nazionale italiano dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) e della sua Dichiarazione finale sono disponibili online sul sito dell’OCSE.
- Leggi la cronologia dei fatti salienti riguardanti il tema delle esondazioni artificiali riassunti da Survival così come sono emersi nel corso dell’Istanza.
- La regione della bassa valle dell’Omo e del Lago Turkana, già preziosa in quanto culla dell’evoluzione umana, è anche un’area di eccezionale biodiversità che conta due siti dichiarati Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO e cinque parchi nazionali.
- Completata Gibe III, Salini Impregilo è ora passata alla fase successiva del piano di sviluppo idroelettrico previsto nella stessa valle dell’Omo: la costruzione di una quarta diga Gibe, che porta il nome di Koysha e per la quale ha chiesto il supporto finanziario di SACE.
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Le notizie di Survival International

Uganda: rilasciato 'Pigmeo' Batwa imprigionato per aver cacciato un antilope

Mon, 06 Nov 2017 06:40:00 -0800 
#^Uganda: rilasciato 'Pigmeo' Batwa imprigionato per aver cacciato un antilope

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Kafukuzi Valence nella sua cella a Kisoro, in Uganda, febbraio 2017.

© Alex Ahimbisibwe/Batwa Development Organisation

Un ‘Pigmeo’ Batwa è stato rilasciato dopo aver trascorso più di sette mesi dietro le sbarre per aver ucciso una piccola antilope all’interno di un’area protetta da cui il suo popolo è stato sfrattato illegalmente.

Kafukuzi Valence, che non ha un certificato di nascita ma riferisce di avere circa 72 anni, afferma che l’animale si era allontanato dal Bwindi Impenetrable National Park verso un campo nelle vicinanze.

“Mi hanno imprigionato perché ho catturato un animale dalla foresta e l’ho mangiato” ha raccontato il signor Kafukuzi a Survival.

“Ero così malato e debole, e non ho ricevuto alcuna assistenza medica” ha dichiarato Kafukuzi descrivendo il periodo trascorso in prigione. “Avevo un terribile dolore al torace e alle gambe, e c’erano tantissime cimici che mi mordevano.”

“Ancora oggi sono molto debole. Non ho nulla da mangiare, sto seduto qui. Questa è la mia vita ora.”

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I Batwa sono stati sfrattati illegalmente dalle loro terre d’origine ancestrali all’interno del Bwindi Impenetrable National Park e del Mgahinga Gorilla National Park.

© Bagaragazagod

Il signor Kafukuzi sostiene che i guardaparco della Uganda Wildlife Authority abbiano anche rubato alcuni beni da casa sua, durante il suo arresto.

Il Bwindi Impenetrable National Park è stato istituito sulle terre ancestrali dei cacciatori-raccoglitori Batwa nel 1991, con il supporto del WWF e senza il consenso dei Batwa stessi. Oggi i Batwa sono accusati di “bracconaggio” quando cacciano per nutrire le loro famiglie.

“I guardaparco hanno annunciato che avremmo dovuto tutti lasciare la foresta nella regione, ma noi siamo rimasti” ha raccontato Kafukuzi. “Sono venuti per darci la caccia e spararci.”

Ma prendere di mira i cacciatori indigeni distoglie l’attenzione dalla lotta ai veri bracconieri – criminali collusi con funzionari corrotti – e danneggia la conservazione. I media riferiscono che, la scorsa settimana, proprio un guardaparco della Uganda Wildlife Authority è stato sorpreso a commerciare illegalmente denti di ippopotamo.

Survival conduce una campagna per fermare le violazioni dei diritti dei popoli indigeni commesse nel nome della conservazione.
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Le notizie di Survival International

COP 23: Survival chiede più spazio per le voci indigene

Fri, 03 Nov 2017 01:32:00 -0700 
#^COP 23: Survival chiede più spazio per le voci indigene

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I Guardiani indigeni Guajajara proteggono la loro foresta, nell'Amazzonia brasiliana, e una tribù incontattata che vive al suo interno.

© Survival

In vista della COP 23, che si terrà in Germania, Survival chiede ai leader del mondo un maggiore riconoscimento del ruolo cruciale che i popoli indigeni hanno nella protezione della natura.

La conferenza mondiale sul clima, che si terrà a Bonn dal 6 e al 17 novembre, fa seguito agli storici negoziati di Parigi 2015, e vedrà rappresentanti dei governi e attivisti di tutto il mondo, tra cui popoli indigeni, riuniti per discutere di problematiche ambientali.

Survival guida la campagna mondiale per nuovo modello di conservazione che rispetti i diritti dei popoli indigeni. Quest’esigenza è stata riconosciuta da personaggi internazionali importanti, tra cui la Relatrice Speciale sui Diritti dei Popoli Indigeni dell’ONU, Victoria Tauli-Corpuz.

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Le immagini satellitari mostrano che ampie zone dell’Amazzonia sono protette dai territori indigeni.

© Google Earth

Davi Kopenawa, sciamano yanomami noto come il Dalai Lama della foresta, ha dichiarato: “Le piogge tardano. Il sole si comporta in modo strano. Il mondo è malato. I polmoni del cielo sono inquinati. Sappiamo che cosa sta succedendo. Non possiamo continuare a distruggere la natura.”

Le prove dimostrano che i territori indigeni costituiscono la migliore barriera alla deforestazione. Una concreta protezione della terra e il riconoscimento dei diritti territoriali indigeni permettono la difesa di vaste aree di foresta, conservando la biodiversità e riducendo i livelli globali di CO2.

Nonostante questo, alcune grandi organizzazioni della conservazione stringono partnership con l’industria e il turismo, e distruggono i migliori alleati dell’ambiente. Sia il WWF sia la Wildlife Conservation Society (WCS) hanno stretto partnership con compagnie del legname nel bacino del Congo, e mentre nessuna di queste compagnie opera a livelli sostenibili, entrambe le organizzazioni hanno contribuito a gravi violazioni dei diritti dei popoli Baka e Bayaka.

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La leader indigena del Brasile Sonia Guajajara, che parteciperà alla conferenza sul clima a Bonn.

© Survival International

Sebbene alcuni attivisti indigeni, come Sonia Guajajara del Brasile, saranno presenti alle negoziazioni, la voce dei popoli indigeni non avrà un ruolo centrale. Eppure i popoli indigeni sono i migliori conservazionisti e guardiani del mondo naturale, e dovrebbero essere loro a guidare il movimento ambientalista.

“Escludere i popoli indigeni dalle discussioni sulla protezione del pianeta è pericoloso” ha affermato Stephen Corry, direttore generale di Survival International. “Sanno come prendersi cura dell’ambiente meglio di chiunque altro, e noi ignoriamo le loro conoscenze a nostro rischio e pericolo. Per decenni le società industrializzate hanno saccheggiato il pianeta e contemporaneamente distrutto i popoli indigeni. Sarebbe ora di iniziare ad ascoltarli, prima che sia troppo tardi.”
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Le notizie di Survival International

Brasile: i Waiãpi sfidano i minatori - “la nostra vita dipende da quella della terra e della foresta”

Tue, 31 Oct 2017 09:22:00 -0700 
#^Brasile: i Waiãpi sfidano i minatori - “la nostra vita dipende da quella della terra e della foresta”

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I Waiãpi hanno organizzato una protesta contro i progetti minerari nella loro terra.

© Survival

La tribù dei Waiãpi in Brasile ha sfidato il governo, refrattario a difendere i loro diritti territoriali.

La tribù ha fatto circolare una lettera aperta molto forte in cui dichiara: “Siamo contrari all’attività mineraria perché vogliamo difendere la nostra terra e la nostra foresta. Noi crediamo che la terra sia una persona.”

La lettera è stata scritta in risposta al tentativo del governo brasiliano di aprire la foresta amazzonica intorno alla terra della tribù all’attività estrattiva su larga scala. A seguito dell’indignazione generale di popoli indigeni e attivisti, il governo ha fatto marcia indietro.

Tuttavia, dato il potere della nota lobby agroalimentare del paese, i Waiãpi sono in allerta. Nella lettera giurano di voler difendere il loro territorio dagli interessi minerari ad ogni costo.

La tribù afferma che l’attività estrattiva non porterà loro alcun beneficio. Sono preoccupati per i conflitti e le malattie portati dall’afflusso di esterni, e per l’apertura della loro terra a interessi economici distruttivi come quelli legati alle dighe idroelettriche, all’allevamento di bestiame e all’estrazione di oro.

Questa piccola tribù dell’Amazzonia conosce bene l’impatto devastante delle strade e delle attività minerarie. Contatti sporadici con esterni a caccia di gatti selvatici per le loro pelli e con gruppi di cercatori d’oro alla fine del secolo scorso, hanno introdotto malattie mortali come il morbillo, verso cui i Waiãpi isolati non avevano difese immunitarie. A causa di tutto ciò, morirono in molti.

Nel 1973 il FUNAI, il dipartimento per gli affari indigeni del governo, decise di contattare i Waiãpi perché la dittatura militare del paese voleva costruire una superstrada attraverso la loro terra.

All’epoca del contatto, i Waiãpi contavano solo 150 individui e sembravano essere sull’orlo dell’estinzione. Tuttavia, hanno dimostrato una straordinaria resilienza e ad oggi la loro popolazione supera le 1.200 persone.

Hanno istituito una propria organizzazione, hanno espulso i cercatori d’oro che si trovavano illegalmente nella loro terra, e hanno formato i propri operatori sanitari e insegnanti che lavorano nelle comunità.

Alcuni membri della tribù hanno realizzato un film innovativo documentando la loro campagna per i diritti alla terra. Alcuni si sono recati all’estero per raccogliere supporto internazionale, e le comunità hanno demarcato fisicamente la loro terra, che è stata finalmente riconosciuta dal governo nel 1996. Da allora hanno occupato tutte le regioni all’interno del territorio per proteggerlo dall’invasione.

La lettera sottolinea il loro forte senso di coesione: “Noi Wajãpi abbiamo una cultura molto forte, che continuiamo a valorizzare e a trasmettere alle generazioni future.”

Eventi importanti nel calendario naturale, come la riproduzione dei pesci e la raccolta del miele, sono celebrati con cerimonie in cui tutte le generazioni si uniscono nella danza, accompagnate dalla musica del flauto e dal caxiri, una bevanda ricavata dalla manioca fermentata. Come molti popoli indigeni, la loro conoscenza botanica è immensa – coltivano più di 15 tipi di manioca selvatica e 5 tipi di mais.

Nel 2008, l’UNESCO ha riconosciuto l’arte grafica wajãpi, che loro chiamano kusiwa, come “Patrimonio culturale immateriale dell’umanità”. Si basa sull’utilizzo di pitture naturali ricavate dalle piante, come la pasta di annatto rosso, utilizzata per colorare complessi disegni sul corpo e per decorare alcuni oggetti, come i cesti.

Tuttavia, la pressione esercitata a livello nazionale e internazionale è fondamentale per sostenere i Wajãpi nella loro lotta incessante per affermare i loro diritti, mentre si confrontano con crescenti minacce alla loro terra, con un congresso ostile e un governo intenzionato a indebolire i diritti indigeni in tutto il Brasile.

La loro lettera si conclude con un appello a sostenerli, rivolto a tutti coloro che sono preoccupati per la distruzione dell’Amazzonia. I lettori possono passare all’azione partecipando alla campagna di Survival qui.
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Le notizie di Survival International

Calendario 2018: ecco i vincitori dell’annuale concorso fotografico di Survival International

Fri, 27 Oct 2017 00:09:00 -0700 
#^Calendario 2018: ecco i vincitori dell’annuale concorso fotografico di Survival International

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La foto vincente di un uomo samburu in Kenya, di Timo Heiny.

© Timo Heiny / Survival International

Survival International presenta ‘We, the people’ 2018, il calendario in cui il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni raccoglie le immagini vincitrici del suo concorso fotografico annuale.

Dai ghiacci artici alla savana africana, le fotografie selezionate raccontano il profondo legame che unisce i popoli indigeni alle loro terre anche nei momenti di lavoro, di svago o di socializzazione.

In copertina lo scatto suggestivo di Timo Henry, che ha per protagonista un indigeno Samburu del Kenya.

Nel mese di settembre, invece, campeggia l’emblematica fotografia di un Indiano Ashaninca scattata da Segundo Chuquipiondo Chota, un indigeno Kampu Piyawi (un popolo indigeno meglio noto come “Shawi”).

Popoli diversi ma accomunati dallo stesso impegno per la difesa della natura; dodici suggestivi frammenti di vita quotidiana dei migliori custodi dell’ambiente. Mese dopo mese, il calendario di Survival ci offre uno spaccato degli stili di vita largamente autosufficienti e straordinariamente diversi di popoli unici e spesso minacciati.

Oltre a Timo Henry e a Segundo Chuquipiondo Chota, gli altri vincitori sono:

Alice Kohler (Araweté, Brasile) – Sabine Hammes (Baka, Repubblica Centroafricana) – Renato Soares (Kalapalo, Brasile) – Mattia Passarini (Kinnuara, India) – Percy Ramírez Medina (Quechua, Perù) – Gabriel Uchida (Uru Eu Wau Wau, Brasile) – Phillippe Geslin (Inuit, Groenlandia) – Renato Soares (Kayapo, Brasile) – Geffroy Yannick (Kham, Tibet) – Giordano Cipriani (Hamar, Etiopia).

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Tre altre opere vincitrici, tra cui un uomo ashaninca, fotografato da Segundo Chuquipiondo Chota, di fronte alla devastazione della sua foresta.
© Survival International

Aperto a fotografi professionisti e amatoriali, l’obiettivo del concorso è celebrare la fotografia come importante mezzo di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sui popoli indigeni, nostri contemporanei e parte essenziale della diversità umana.

“Nella nostra lotta per i diritti dei popoli indigeni le fotografie sono sempre state fondamentali. Siamo felici di aver visto partecipare così tanti fotografi, e speriamo che le loro immagini ci aiutino a motivare le persone ad aderire alla nostra missione e al movimento in difesa dei loro diritti” ha dichiarato Stephen Corry.

Survival è stata fondata nel 1969 dopo la pubblicazione di un articolo sul genocidio degli Indiani brasiliani scritto da Norman Lewis per il Sunday Times britannico, e corredato dalle immagini potenti del celebre fotografo Don McCullin. Da allora siamo l’unica organizzazione a sostenere i popoli indigeni in tutto il mondo. Li aiutiamo a difendere le loro vite, a proteggere le loro terre e a determinare autonomamente il loro futuro.

Il Calendario 2018 fa parte di una collezione di prodotti solidali, che raccoglie molte originali idee regalo: un altro omaggio alla fotografia è l’agenda riciclata ‘Ri-usami’, che aiuta Survival due volte perché trasforma i suoi fondi di magazzino in nuove risorse vitali. È disponibile in due formati, ognuno corredato di stupendi scatti in bianco e nero e citazioni indigene da tutto il mondo. Inoltre sono disponibili i biglietti d’auguri con le suggestive immagini a colori dei popoli del freddo, i gioielli africani realizzati con filo di rame e filo del telefono, gli accessori, i libri, i raffinatissimi cesti in sisal dal Kenya… Tante proposte di qualità con cui è possibile finanziare il lavoro e le campagne di Survival International che, per mantenere la sua indipendenza, non accetta soldi dai governi ma si autofinanzia completamente grazie alla generosità dei suoi sostenitori.

Note ai redattori:
- Il Calendario 2018 di Survival è acquistabile a un prezzo di 12,50€ sul sito di Survival
- Guarda la galleria delle immagini che compongono il calendario 2018 di Survival
- Per sfogliare il nuovo catalogo di raccolta fondi di Survival, visita catalogo.survival.it
- Per richieste di immagini, scrivere o telefonare a Survival. E-mail: ufficiostampa@survival.it, T: 02 8900671
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Le notizie di Survival International

Brasile: incendi nella foresta amazzonica minacciano gli Awá incontattati

Thu, 26 Oct 2017 02:44:00 -0700 
#^Brasile: incendi nella foresta amazzonica minacciano gli Awá incontattati

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Gli incendi stanno minacciando le vite e le terre dei popoli indigeni in Amazzonia.

© Survival International

In un territorio indigeno ai confini dell’Amazzonia brasiliana, la furia degli incendi minaccia di annientare i membri incontattati della tribù degli Awá.

I vicini Indiani Guajajara stanno cercando di contenere le fiamme e chiedono maggiore supporto al governo.

Gli attivitsti sono preoccupati che l’attuale ondata di incendi possa spazzare via gli Awà incontattati e chiedono un intervento urgente.

Gli Awá sono già sotto grande pressione a causa dei taglialegna illegali che stanno devastando il loro territorio, che rappresenta un’isola di verde in un mare di deforestazione.

Le tribù incontattate sono i popoli più vulnerabili del pianeta. Tribù come gli Awá sono spazzate via dalla violenza degli esterni e da malattie come l’influenza e il morbillo, verso cui non hanno difese immunitarie. Se la loro terra non sarà protetta, per loro sarà la catastrofe.

Tra coloro che combattono gli incendi ci sono i vigili del fuoco indigeni del gruppo di prevenzione del Ministero dell’Ambiente “Prevfogo”, e i membri dei “Guardiani Guarjajara”, che vivono nella foresta e che la pattugliano frequentemente nel tentativo di combattere il taglio del legno illegale e proteggere i loro vicini incontattati che vivono in fuga.

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Vigili del fuoco indigeni nel territorio indigeno di Arariboia, in Brasile.

© Guajajara

Kaw Guajajara, uno dei loro leader, ha affermato: “I nostri parenti incontattati non sopravviveranno senza la loro foresta… fino a quando avremo vita, lotteremo per la nostra foresta e per gli indigeni incontattati.”

L’impegno dei Guardiani nella protezione della foresta mette in evidenza il ruolo essenziale che i popoli indigeni giocano nella conservazione della natura, in vista della conferenza COP23 che si svolgerà a Bonn, in Germania, il mese prossimo.

I popoli indigeni come i Guajajara e gli Awá hanno vissuto e gestito i loro ambienti per millenni. Le prove dimostrano che “sanno prendersi cura dei loro ambienti meglio di chiunque altro”: https://www.survival.it/conservazione. Sono i migliori conservazionisti e custodi del mondo naturale.

Survival International, il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni, sta facendo pressioni sul governo del Brasile per garantire che gli incendi nel territorio di Arariboia siano estinti con la massima urgenza e che tutti gli invasori siano espulsi.
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Le notizie di Survival International

Appello della Relatrice ONU: maggiore protezione per le tribù incontattate

Wed, 25 Oct 2017 01:08:00 -0700 
#^Appello della Relatrice ONU: maggiore protezione per le tribù incontattate

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Le tribù incontattate sono i popoli più vulnerabili del pianeta.
© Survival

La Relatrice Speciale sui diritti dei popoli indigeni delle Nazioni Unite ha sottolineato la necessità di “raddoppiare gli sforzi di protezione dei territori” delle tribù incontattate da parte degli stati del Sud America.

Parlando a un meeting del Network latinoamericano per la prevenzione del genocidio e delle atrocità di massa, a New York all’inizio di questo mese, Victoria Tauli-Corpuz ha dichiarato che la pressione sulla terra delle tribù incontattate ha provocato “un’ondata crescente di contatti e interazioni nelle regioni di confine tra Perù e Brasile, alcuni iniziati dagli stessi indigeni isolati, come risultato della condizione disperata in cui vivono a causa delle incursioni nelle loro terre.”

Ha enfatizzato la necessità urgente di affrontare le minacce che incombono sulle loro terre. L’assassinio di un gruppo di circa 10 indigeni incontattati per mano di alcuni cercatori d’oro illegali, che sarebbe avvenuto nell’Amazzonia brasiliana ed è stato denunciato il mese scorso, è apparso sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, facendo notare la vulnerabilità di questi popoli quando i governi non proteggono le loro terre.

Attirando l’attenzione sull’importanza delle linee guida che riconoscono il diritto delle tribù incontattate a rimanere tali, come “espressione del diritto all’autodeterminazione”, la Relatrice ha dichiarato che la loro condizione dovrebbe essere “inclusa nei progetti e nei programmi di intervento dei più alti organismi politici delle Nazioni Unite e dell’Organizzazione degli Stati Americani.”

Nel mondo ci sono più di un centinaio di tribù incontattate. Sono una parte essenziale della diversità umana, ma se le loro terre non saranno protette per loro sarà la catastrofe. Survival sta facendo tutto il possibile per rendere le loro terre sicure, e per dare loro la possibilità di determinare autonomamente il proprio futuro.
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Le notizie di Survival International

Scandalo: agenzie turistiche vendono 'safari umani' nelle Andamane

Tue, 17 Oct 2017 00:23:00 -0700 
#^Scandalo: agenzie turistiche vendono 'safari umani' nelle Andamane

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Fermo immagine dal video che mostra delle ragazze Jarawa costrette a danzare per i turisti lungo la strada illegale Andaman Trunk Road.

© Anon

I tour operator delle isole Andamane, in India, continuano a vendere “safari umani” all’interno della riserva di una tribù uscita recentemente dall’isolamento nonostante le promesse del governo di vietare tale pratica.

I turisti viaggiano lungo una strada che attraversa la foresta degli Jarawa trattando gli indigeni come animali in un parco safari. Nel 2013, il governo delle Andamane aveva promesso di aprire una rotta marittima verso le destinazioni turistiche più popolari delle isole per impedire ai turisti di attraversare la riserva indigena in macchina. Tale rotta è stata aperta e resa operativa di recente.

Nonostante l’impegno che le autorità si erano assunte autorità a garantire l’utilizzo della via marittima da parte di tutti i turisti, al momento sono molto pochi a farlo e il mercato dei safari umani lungo la strada è fiorente.

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Un turista filma un uomo Jarawa da vicino sulla strada. Gli attivisti hanno sollevato profonde preoccupazioni per la natura pericolosa, degradante e di sfruttamento del turismo indigeno.
© Survival

Un’agenzia turistica, la Tropical Andamans, afferma che: “Il famoso territorio Jarawa è un pianeta a sé stante. È il luogo dove vivono le tribù più antiche di queste isole. Quelle conosciute come Jarawa sono distanti dal mondo civilizzato. Sono la meraviglia del mondo moderno, perché si nutrono di carne di maiale cruda, frutta e verdure. Non parlano alcuna lingua nota al pubblico. La loro pelle di un colore nero scurissimo e gli occhi rossi potrebbero impressionarvi se vi capitasse di incontrarli.”

Il sito turistico Flywidus offre ai turisti la possibilità di dare un’occhiata agli “indigeni primitivi” guidando attraverso la riserva degli Jarawa, mentre un altro, Holidify, descrive gli Jarawa come una “importante attrazione” e afferma che “amano molto l’ebbrezza di certe droghe, una di queste è il tabacco”.

Nel 2002 la Suprema Corte dell’India aveva stabilito che la strada fosse chiusa, ma è rimasta sempre aperta nonostante le pressioni da parte degli attivisti per i diritti umani.

Survival International ha condotto una campagna internazionale contro i safari umani invitando il pubblico a al boicottare l’industria turistica nelle Andamane fino a quando tali safari non sarrebbero stati fermati. Quasi 17.000 persone da ogni parte del mondo si sono impegnate a non trascorrere vacanze nelle isole in segno di protesta.

In una recente dichiarazione, il governo delle Andamane ha affermato che la strada: “…rimarrà aperta ad uso sia degli abitanti dell’isola sia dei turisti, dal momento che non è mai stata presa alcuna decisione da parte di questa Amministrazione circa la sua chiusura definitiva al turismo. Tuttavia, ai visitatori è consigliato utilizzare il servizio dei battelli.”

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I veicoli dei turisti in coda per entrare nella riserva indigena degli Jarawa.

© www.andamanchronicle.net /Survival

Background

- La strada causa l’invasione quotidiana della riserva degli Jarawa da parte di centinaia di turisti. La promozione di avvistamenti degli Jarawa nelle isole da parte dei tour operator è illegale, ma il divieto non viene fatto rispettare.
- Le Nazioni Unite, il Ministro per gli Affari Indigeni e i membri del Parlamento Europeo hanno tutti condannato tale pratica.
- Un turista ha descritto il suo viaggio così: “Attraversare la riserva indigena è stato come prendere parte a un safari, abbiamo attraversato la densa foresta tropicale alla ricerca di animali selvatici, gli indigeni Jarawa per essere precisi".
- Gli Jarawa, come tutti i popoli recentemente contattati, rischiano la catastrofe se la loro terra non sarà protetta.
- I safari umani sono anche pericolosi – un ragazzo Jarawa ha perso un braccio dopo che i turisti gli hanno gettato del cibo da un veicolo in movimento. Un filmato diffuso nel 2012 in cui un turista costringeva delle ragazze Jarawa a danzare ha scatenato lo sdegno internazionale.
- I diritti alla terra dei popoli indigeni hanno fatto parte della legislazione internazionale per generazioni. La chiave per la loro sopravvivenza e prosperità è garantire che la terra rimanga sotto il loro controllo.
- Tutti i popoli indigeni incontattati e quelli contattati di recente rischiano la catastrofe se la loro terra non sarà protetta. Survival International conduce una battaglia internazionale per rendere le loro terre sicure, e dare loro la possibilità di determinare autonomamente il proprio futuro.

“Il nuovo traghetto marittimo doveva fermare i pullman di turisti che viaggiano attraverso il territorio degli Jarawa, mettendo così fine a questi pericolosi e disgustosi safari umani” ha commentato Stephen Corry, Direttore generale di Survival International. “Ma il governo vuole che il suo utilizzo sia facoltativo, vanificandone interamente lo scopo. Le agenzie turistiche continuano a vendere i safari e a trarre profitto dallo sfruttamento dei popoli indigeni. I turisti responsabili dovrebbero boicottare le isole fino a quando tutto questo non avrà fine.”
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Le notizie di Survival International

Reclamo di un 'Pigmeo' Batwa all’organizzazione dello Zoo del Bronx dopo l'uccisione del figlio

Mon, 16 Oct 2017 02:04:00 -0700 
#^Reclamo di un 'Pigmeo' Batwa all’organizzazione dello Zoo del Bronx dopo l'uccisione del figlio

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Il signor Nakulire all’ospedale.

© Survival International

Un ”Pigmeo” Batwa ha inviato un disperato appello all’organizzazione che gestisce lo zoo del Bronx di New York, dopo la morte del figlio di 17 anni, ucciso da un guardaparco.

Il 26 agosto 2017, Mobutu Nakulire Munganga è entrato nel Parco Nazionale di Kahuzi-Biega, nella Repubblica Democratica del Congo, insieme a suo figlio per raccogliere delle piante medicinali. I due hanno incontrato una squadra anti-bracconaggio nel parco, che ha aperto il fuoco su di loro.

Il signor Nakulire è stato ferito ma è riuscito a fuggire, mentre suo figlio, Mbone Christian Nakulire, è stato ucciso sul posto. Il padre ha passato più di tre settimane nell’ospedale locale in convalescenza.

I guardaparco ricevono sostegno logistico, finanziamenti e addestramenti dalla Wildlife Conservation Society (WCS), un gruppo di conservazione imparentato con lo zoo del Bronx di New York. La WCS è stata co-fondata dal noto eugenista Madison Grant.

La WCS finanzia da 20 anni la gestione del parco di Kahuzi-Biega. Secondo la legislazione internazionale e la politica sui diritti umani della WCS stessa, è necessario che vi sia il consenso dei popoli indigeni per qualsiasi progetto di conservazione implementato nelle loro terre.

Tra gli anni sessanta e ottanta, le autorità hanno sfrattato dal parco, violentemente e illegalmente, fino a 6.000 Batwa. “I Batwa di oggi non sono sani come lo erano i nostri nonni” scrive nel suo reclamo il signor Nakulire, che a sua volta è stato vittima di sfratto da bambino. “Stentiamo a trovare cibo a sufficienza e siamo costretti ad affrontare tante nuove malattie e la perdita di molti medicinali della foresta…”

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Mbone Christian Nakulire aveva solo 17 anni quando è stato ucciso.

© Survival International

“Eppure nessuno è mai venuto qui a chiederci il consenso per il Parco Nazionale di Kahuzi-Biega” si legge nel documento. “Perché la WCS continua a finanziare e a sostenere tutto ciò?”

“Nulla potrà mai riparare la perdita di mio figlio, ma io sto presentando questa denuncia perché possiate aiutare me ed il mio popolo a trovare giustizia e a tornare nella nostra terra” conclude il signor Nakulire. ”La WCS deve rispettare la propria politica sui diritti umani e contribuire a porre fine alla nostra sofferenza.”

A settembre, Survival ha pubblicato un rapporto dettagliato che denuncia come la WCS e altre grandi organizzazioni della conservazione finanziano gravi abusi dei diritti umani nel bacino del Congo, inclusa la Repubblica del Congo, che confina con la Repubblica Democratica del Congo.

“Questa tragedia è l’ultimo capitolo di una lunga e vergognosa storia” ha dichiarato Stephen Corry, direttore generale di Survival International. “Prima il popolo del signor Nakulire è stato sfrattato illegalmente e violentemente dalle proprie terre, e oggi rischia la morte se prova a farvi ritorno. La WCS deve mantenere le sue promesse sul rispetto del diritti dei Batwa. Se non hanno il loro consenso per ciò che stanno facendo, semplicemente non dovrebbero trovarsi lì.”

Background
- Leggi qui il reclamo presentato dal signor Nakulire alla WCS.
- Anche il WWF ha finanziato e fornito materiale ai guardaparco di Kahuzi-Biega.
- I popoli indigeni come i Batwa hanno vissuto e gestito i loro ambienti per secoli. Le loro terre non sono selvagge e le prove dimostrano che i popoli indigeni sanno prendersi cura dei loro ambienti meglio di chiunque altro. Sono i migliori conservazionisti e guardiani del mondo naturale, e a guidare il movimento ambientalista dovrebbero essere loro.
- Ma questi stessi popoli vengono sfrattati illegalmente dalle loro terre ancestrali nel nome della conservazione. Le grandi organizzazioni della conservazione sono colpevoli di sostenere tale situazione, e non denunciano mai gli sfratti.
- Survival International conduce una campagna internazionale contro gli abusi nel nome della conservazione.
- “Pigmei” è un termine collettivo usato per indicare diversi popoli cacciatori raccoglitori del bacino del Congo e di altre regioni dell’Africa centrale. Il termine è considerato dispregiativo e quindi evitato da alcuni indigeni, ma allo stesso tempo viene utilizzato da altri come il nome più facile e conveniente per riferirsi a se stessi.
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Le notizie di Survival International

12 ottobre: appello di Davi Yanomami contro il genocidio delle tribù incontattate

Wed, 11 Oct 2017 04:50:00 -0700 
#^12 ottobre: appello di Davi Yanomami contro il genocidio delle tribù incontattate

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Lo sciamano yanomami Davi Kopenawa ha firmato una lettera aperta che denuncia il genocidio in corso.

© Fiona Watson/Survival

Tre dei maggiori leader indigeni del Brasile hanno denunciato l’attacco concertato dai loro governi contro i diritti indigeni definendolo come “genocida”.

Davi Kopenawa Yanomami, sciamano e leader del popolo Yanomami dell’Amazzonia settentrionale, Raoni Metuktire, leader del popolo Kayapó, e Sonia Bone Guajajara, leader e attivista guajajara, hanno pubblicato una lettera aperta.

La lettera è stata pubblicata in occasione della Giornata Internazionale dei Popoli Indigeni, conosciuta anche come Columbus Day, che si celebra il 12 ottobre.

Nella lettera dichiarano: “Nel nostro paese, il Brasile, è in corso un genocidio…”

“Il nostro governo sta distruggendo noi, popoli indigeni, i primi abitanti del paese. Nel nome del profitto e del potere, ci rubano la terra, incendiano le nostre foreste, inquinano i nostri fiumi e devastano le nostre comunità. I nostri parenti incontattati, che vivono nel cuore della foresta, vengono attaccati e uccisi.

Ma non ci lasceremo zittire. Non vogliamo che le ricchezze delle nostre terre siano rubate e vendute. Abbiamo cura delle nostre terre da tempi immemorabili. Proteggiamo la nostra foresta perché ci dà la vita.

Noi fratelli e sorelle indigeni di più di 200 tribù diverse ci stiamo unendo in un’unica protesta. E dal cuore della foresta pluviale amazzonica, vi chiediamo aiuto. In questo momento di emergenza abbiamo bisogno di voi. Per favore dite al nostro governo che la nostra terra non deve essere rubata.”

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Raoni Metuktire, famoso leader e attivista che ha condotto campagne per i diritti dei popoli indigeni e contro la tristemente nota diga di Belo Monte in Amazzonia.

© Antonio Bonsorte/Amazon Watch

La lettera è stata scritta in risposta alle crescenti preoccupazioni sugli stretti legami tra il governo Temer, salito al potere dopo l’impeachment di Dilma Rousseff lo scorso anno, e la potente e notoriamente antindigena lobby del settore agroindustriale.

Gli attivisti hanno descritto il comportamento dell’attuale amministrazione verso i popoli indigeni come “il peggiore nell’arco di due generazioni”. Le tribù incontattate sono i popoli più vulnerabili del pianeta, ma dove i loro diritti alla loro terra sono rispettati, continuano a prosperare.

Il FUNAI, il dipartimento agli affari indigeni i cui agenti pattugliano e proteggono i territori indigeni, ha subito importanti tagli al proprio budget. Per questo, molte tribù sono rimaste fatalmente esposte alla violenza degli esterni e a malattie, come l’influenza e il morbillo, verso cui non hanno difese immunitarie.

C’è stata anche una forte impennata di violenza anti-indigena da parte di coloro che stanno tentando di rubare le terre dei popoli indigeni e le loro risorse. Ad agosto, una decina di Indiani incontattati sarebbero stati massacrati nella Valle di Javari. All’inizio di quest’anno, degli allevatori hanno attaccato un gruppo di Indiani Gamela mutilando brutalmente diversi di loro con dei machete.

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Sonia Guajajara, importante attivista indigena, durante una protesta a Parigi nel 2014.

© Survival International

I popoli incontattati non sono arretrati o primitivi, né reliquie di un passato remoto. Sono nostri contemporanei e rappresentano una parte essenziale della diversità umana. Quando i loro diritti sono rispettati, continuano a prosperare.

“Il governo del Brasile è determinato a danneggiare i diritti dei popoli indigeni in tutto il paese” ha dichiarato il Direttore generale di Survival, Stephen Corry. “Sta deliberatamente lasciando i territori delle tribù incontattate esposti alle invasioni, perfettamente consapevole delle morti e delle sofferenze che ne deriveranno inevitabilmente. Quanto sta avvenendo in Brasile è una crisi umanitaria raccapricciante e urgente, e la comunità internazionale dovrebbe far sentire il suo sostegno ai leader indigeni e agli altri in Brasile che chiedendo la fine delle persecuzioni.”
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Le notizie di Survival International

Nuovo rapporto denuncia abusi sistematici finanziati dalle grandi organizzazioni della conservazione

Mon, 25 Sep 2017 03:30:00 -0700 
#^Nuovo rapporto denuncia abusi sistematici finanziati dalle grandi organizzazioni della conservazione

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Il WWF lavora nel bacino del Congo da decenni – sostenendo le squadre che hanno commesso abusi violenti ai danni dei popoli indigeni.

© WWF

Un nuovo rapporto di Survival International descrive dettagliatamente gli abusi dei diritti umani, sistematici e diffusi, commessi dai guardaparco finanziati dal WWF (il Fondo Mondiale per la Natura) e da altre grandi organizzazioni della conservazione nel bacino del Congo.

Il report documenta casi gravi di abusi avvenuti dal 1989 a oggi in Camerun, nella Repubblica del Congo e nella Repubblica Centroafricana (CAR) per mano di guardaparco finanziati e equipaggiati dal WWF e dalla Wildlife Conservation Society (WCS), l’organizzazione legata allo zoo del Bronx di New York.

Sono elencati più di 200 casi di abusi avvenuti dal 1989, che includono l’uso di cera bollente sulla pelle nuda, pestaggi, e mutilazioni con machete incandescenti. Questi incidenti rappresentano probabilmente solo una piccola porzione di un fenomeno più vasto fatto di violenze sistematiche, di pestaggi, torture e persino morte, che continua ancora oggi.

Oltre che a questi avvenimenti particolarmente crudeli, il rapporto documenta anche forme di persecuzione che costituiscono ormai parte della vita quotidiana di molte persone, e che includono minacce, la distruzione del cibo, di strumenti e di oggetti personali.

Qui si può leggere il rapporto completo (in inglese).

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Guardaparco finanziati dal WWF in Gabon.

© WWF

Come Survival, numerosi esperti indipendenti e ONG hanno manifestato la propria preoccupazione per questi abusi negli ultimi tre decenni. Tra questi vi sono ONG come Greenpeace, Oxfam, UNICEF, Global Witness, il Forest Peoples Programme, e ricercatori specializzati della University College London, dell’Università di Oxford, dell’Università di Durham e della Università di Kent.

Il WWF e la WCS hanno stretto partnership con numerose compagnie dell’industria del legno, nonostante esistano prove che le loro attività sono insostenibili, e non hanno ottenuto il consenso dei popoli indigeni come previsto dalla legge internazionale e dalle loro stesse politiche interne.

Un uomo bayaka ci ha raccontato: “Un guardaparco mi ha chiesto di inginocchiarmi, e io gli ho risposto che: ‘Mai, non potrò mai fare una cosa simile.’ Allora lui mi ha risposto: “Se non lo farai, ti picchierò.”

“Mi hanno portata in mezzo alla strada e mi hanno legato le mani con una corda di gomma. Mi hanno messo le mani dietro alla schiena e mi hanno ferita con un machete” ha detto una donna baka.

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Survival ha documentato centinaia di casi di abuso e ha raccolto le testimonianze di molti indigeni 'pigmei'.

© Survival International

Una donna bayaka ha riferito: “Hanno iniziato a prendermi a calci su tutto il corpo… Avevo il mio bambino con me. Era nato soltanto tre giorni prima”.

I popoli indigeni hanno vissuto e gestito i loro ambienti per millenni. Le loro terre non sono selvagge e le prove dimostrano che sanno prendersi cura dei loro ambienti meglio di chiunque altro.

Ma le grandi organizzazioni della conservazione, come il WWF, stringono partnership con l’industria e il turismo, e stanno distruggendo i migliori alleati dell’ambiente. Oggi i popoli indigeni vengono accusati di “bracconaggio” perché cacciano per nutrire le loro famiglie. E mentre i collezionisti di trofei sono incoraggiati a uccidere grandi animali in cambio di denaro, gli indigeni rischiano arresti, pestaggi, torture e morte.

“Questo rapporto scioccante illustra dettagliatamente gli abusi e le persecuzioni che la ‘conservazione’ ha portato ai popoli indigeni e tribali del bacino del Congo” ha dichiarato Stephen Corry, Direttore generale di Survival. “Questi sono solo i casi che abbiamo documentato, e non si può pensare che non ne esistano molti altri ancora ignoti."

“Le grandi organizzazioni della conservazione dovrebbero ammettere che le loro attività nella regione sono state catastrofiche sia per l’ambiente sia per i popoli tribali che hanno custodito queste foreste così a lungo.”

“I sostenitori di WWF e WCS dovrebbero chiedere a queste organizzazioni com’è possibile che questa situazione duri da così tanto tempo, e che cosa faranno ora per assicurarsi che finisca.”

“Pigmei” è un termine collettivo usato per indicare diversi popoli cacciatori-raccoglitori del bacino del Congo e di altre regioni dell’Africa centrale. Il termine è considerato dispregiativo e quindi evitato da alcuni indigeni, ma allo stesso tempo viene utilizzato da altri come il nome più facile e conveniente per riferirsi a se stessi.
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Le notizie di Survival International

Verso la fine i famigerati safari umani nelle Andamane

Mon, 18 Sep 2017 00:50:00 -0700 
#^Verso la fine i famigerati safari umani nelle Andamane

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I safari umani hanno rischiato di esporre gli Jarawa a malattie verso cui non hanno difese immunitarie.
© Survival

I famigerati “safari umani” in India, nelle isole Andamane, potrebbero presto aver fine. Le autorità hanno infatti annunciato l’imminente apertura di una nuova via di comunicazione marittima che costeggerà le isole.

La nuova via terrà lontani i turisti dalla tristemente famosa Andaman Trunk Road, costruita illegalmente attraverso le foreste della tribù isolata degli Jarawa.

Grazie alla Andaman Trunk Road, da anni centinaia di turisti invadono quotidianamente la riserva della tribù, penetrando fino al cuore delle terre degli Jarawa, trattati come animali in un parco zoologico.

Un turista ha descritto così il suo viaggio: “Il viaggio attraverso la riserva indigena era come un safari, ci addentravamo nel folto della foresta tropicale alla ricerca di animali selvatici, gli indigeni Jarawa per essere precisi.”

Gli Jarawa, come tutti i popoli recentemente entrati in contatto con l’esterno, rischiano la catastrofe se la loro terra non sarà protetta.

I safari umani sono anche pericolosi – un ragazzo Jarawa ha perso il braccio dopo che dei turisti gli hanno lanciato del cibo da un veicolo in movimento.

Nel 2002 la Corte Suprema indiana aveva ordinato la chiusura della strada, ma da allora è sempre rimasta aperta.

Survival International conduce una campagna internazionale contro i safari umani, facendo appello al boicottaggio dell’industria turistica nelle isole Andamane fino a quando i safari non saranno vietati. Quasi 17.000 persone da tutto il mondo si sono impegnate a non andare in vacanza nelle isole per protesta.

Il boicottaggio sarà revocato solo quando il governo delle Andamane acconsentirà a garantire che i turisti non possano più utilizzare la strada.

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Un turista posa con un gruppo di Jarawa.

© Mauricio Cordova / Survival International 2008

Background

- Nel 2012 sono emersi dei filmati raccapriccianti di ragazze jarawa che venivano costrette a danzare sul ciglio della strada durante un safari umano. La notizia ha sollevato una protesta internazionale contro l’impiego disumanizzante dei popoli indigeni, in mostra per i turisti.
- Gli Jarawa sono una delle tribù indigene delle isole Andamane. Vivono come cacciatori raccoglitori, e hanno scelto di rifiutare il contatto con la cultura dominante della società indiana fino al 1998. Diverse altre tribù andamanesi furono spazzate via in seguito alla colonizzazione delle isole nel XIX secolo.
- Nel 1999 e nel 2006, gli Jarawa hanno dovuto fronteggiare diverse epidemie di morbillo – una malattia che ha devastato molte tribù appena contattate, e che spesso segue al contatto forzato.
- Il turismo è un’importante industria nelle isole Andamane. La nuova strada costiera sarà utilizzata per accedere alla parte nord delle isole e ad attrazioni come le grotte calcaree e il vulcano di fango a Baratang, senza intrusioni nella terra degli Jarawa da parte dei turisti.
- Il vicegovernatore delle isole, il professor Mukhi, ha annunciato la scorsa settimana che il percorso per mare renderà il viaggio più veloce e più confortevole rispetto a quello su strada.

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Fermo immagine del video che mostra le ragazze Jarawa costrette a danzare durante un safari umano.

© Anon

“Trattare gli Jarawa come uno spettacolo per turisti era una pratica disgustosa e metteva anche in pericolo le loro vite” ha commentato il direttore generale di Survival, Stephen Corry. “È ora che i safari umani abbiano fine. Se la strada costiera lo permetterà, allora ben venga. Se non lo farà, continueremo a lottare fino a che il diritto degli Jarawa a determinare autonomamente il proprio futuro e la fine delle molestie da parte dei turisti non saranno garantiti.”
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